gender gap i.

Nei testi che seguono due identiche notizie: una è del 2017 l’altra del 2012. Avrei potuto inserire anche notizie precedenti, il risultato sarebbe stato il medesimo: le donne in Italia sono sottooccupate, lavorano in casa molto più dei loro partner, fanno pochi figli/e perchè non ricevono aiuti dallo Stato, si occupano dei parenti malati quando lo Stato Sociale latita.
Ieri avete di certo letto ovunque su tutti gli organi di informazione le analisi che seguono. I giornali sono molto attivi nel diffondere le notizie ferali su noi donne.
L’anomalia italiana risiede nel fatto che alla presa di coscienza del problema, la politica non ha mai risposto.
L’occupazione non è risalita, gli asili nido scarseggiano, l’educazione alla sessualità nelle scuole non decolla, il lavoro in casa è sempre svolto dalle donne e le caregiver con tutto ciò che comporta, sono spesso donne.

Siamo ancora al 50esimo posto del Global Gender Gap, ma saremmo in una posizione ancora peggiore se non fosse che uno dei parametri che il World EconomicForum prende in considerazione è la presenza in politica delle Donne,  in Italia  cresciuta con Renzi Premier, che aveva incentivato la presenza femminile in ruoli decisionali politici.
Ma a cosa servono le donne in politica se non si occupano dell’avanzamento delle Donne nel Paese? Se le Donne rappresentano un “me too” direbbero gli inglesi, una  copia dei corrispettivi maschili, perchè nominare le donne?
E dunque più donne in politica non ha significato ALCUN AVANZAMENTO sociale per le donne italiane.
Peggio: Siamo forse l’unico Paese europeo a non avere una Ministra delle Pari Opportunità, cosa che appare incredibile all’estero.
Donne in politica che spesso sono così poco consapevoli del loro essere donne, dall’avere adottato il femminile  per le loro cariche in ritardo sul resto del Paese; donne  insicure che si sentono autorevoli se nominate al maschile: Ministro, Sindaco quasi a significare che il Femminile non possa essere autorevole.
E dunque da questo tipo di donne,  potevamo attenderci proposte che determinassero un  avanzamento per le donne italiane tutte?

Domani ci sarà una grande manifestazione per l’8 marzo in concomitanza con altre in molti Paesi del Mondo.
Ad oggi le manifestazioni per le Donne nel nostro Paese non sono partecipate da tutte le donne, spesso vengono “sentite” come dimostrazioni della parte più impegnata femminile, quella coinvolta anche politicamente.
Ci vorrebbe  un 8 marzo di coinvolgimento globale, con donne di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali in piazza. A rivendicare, anche con forza, i nostri diritti calpestatissimi. Accade all’estero, accade in Argentina ad esempio.

Per ottenere questo coinvolgimento è necessario utilizzare un linguaggio che arrivi anche alle donne meno attive politicamente, alle donne “normali”  quelle che lavorano tanto in casa e che non sono nemmeno sfiorate dall’idea che la loro vita possa migliorare attraverso la lotta.
A loro si arriverebbe anche e principalmente attraverso la televisione pubblica, che a quello dovrebbe essenzialmente servire, ad innalzare il livello di consapevolezza delle persone.
Ma da noi non si fa,; però lo fa la BBC e altre tv pubbliche.
La tv entra nel 98% delle case, spesso presente in tutte le stanze.
Se vogliamo raggiungere tutte le donne, e non solo quelle già consapevoli, bisognerà affrontare il tema spinosissimo della lottizzazione della tv pubblica e di come la RAI non svolga il suo compito educativo.
Chiedere al Servizio Pubblico che sostituisca la rappresentazione mediatica del 51% della popolazione, passando da un’iconografia decorativa servile e banale, ad una realmente rappresentativa del Paese.

ANSALe donne italiane dedicano in media al lavoro “non pagato”, ovvero quello per la cura dei figli, dei parenti e della casa oltre cinque ore al giorno piazzandosi al quarto posto tra i Paesi Ocse. Il dato risente della scarsa collaborazione dei partner nel nostro Paese che, con appena 100 minuti al giorno in media, si piazzano al quarto posto tra i meno impegnati nelle attività di cura della famiglia. I dati sono contenuti in uno studio Ocse sull’esperienza tedesca sulla condivisione del lavoro in famiglia che analizza la situazione nei principali paesi sviluppati.Anche nei casi in cui entrambi i genitori lavorano fuori casa la collaborazione al 50% nelle incombenze quotidiane è una chimera. Lo è nei paesi nordici, i più avanzati sotto il profilo della condivisione dei carichi familiari ma lo è soprattutto in Italia, Messico, Portogallo e Turchia (quelli dove le donne lavorano in casa o per la cura dei figli oltre 300 minuti al giorno) e in Giappone e Corea (i Paesi dove gli uomini dedicano al cosiddetto “lavoro non pagato” meno di un’ora al giorno).

Svezia e Norvegia sono le paladine dell’uguaglianza con poco più di tre ore per le donne e due e mezza per gli uomini insieme alla Danimarca con tre ore per gli uomini e quattro per le donne. Le donne con un partner tra i 25 e i 44 anni, l’età nella quale l’impegno in casa è maggiore per la frequente presenza di figli piccoli – spiega la ricerca – spendono in tutti i paesi Ocse più tempo per fare lavoro non pagato rispetto agli uomini anche a fronte delle stesse ore lavorate fuori casa. In Italia – prosegue la ricerca – le donne lavorano in casa almeno il doppio degli uomini a prescindere dal loro impegno in un impiego pagato. In pratica anche le donne italiane in questa fascia di età con un’occupazione di oltre 45 ore settimanali lavorano in casa quasi quattro ore (a fronte delle otto di quelle senza occupazione), più degli uomini senza lavoro e di quelli con impieghi inferiori alle 29 ore settimanali. Il lavoro è sbilanciato a sfavore delle donne anche nel caso che queste ultime guadagnino di più ma nei Paesi nei quali è più alta l’occupazione femminile (come Svezia, Norvegia e Francia) gli uomini tendono a condividere di più il carico familiare.
L’Italia, con un tasso di occupazione femminile ancora molto basso, ha il divario più alto tra donne e uomini sul lavoro non pagato. Il divario risulta invece più basso nelle coppie con un alto livello di istruzione con le donne impegnate lievemente meno nei lavoro di casa e gli uomini più collaborativi. La presenta di figli piccoli aumenta la polarizzazione tra lavoro pagati e non pagato. La donna in media fa più lavoro in casa e l’uomo fa più ore di lavoro pagato.

2012
L’Italia, sottolinea l’organizzazione, è terz’ultima tra i Paesi membri per quota di partecipazione delle donne al mondo del lavoro, con il 51%, contro una media Ocse del 65%. Ciò dipende soprattutto dal loro maggiore impegno (3,6 ore al giorno in più degli uomini, in media) nella cura di casa e famiglia, e dal minore accesso ai servizi all’infanzia, usati solo dal 30% dei bambini al di sotto dei tre anni. Per gli stess motivi, il 33% delle donne italiane lavora part-time.